L’AQUILA – Secondo una recente indagine condotta da Confcommercio e Legambiente sono circa 1.650 i borghi italiani che rischiano di estinguersi entro il 2016, causa emigrazione e decrescita demografica. Per arginare lo spopolamento, le istituzioni locali di questi paesi dovranno inventarsi alla svelta qualcosa.

Un buon punto di partenza potrebbe essere la pianificazione di nuove politiche abitative pensate soprattutto a beneficio di quella classe sociale che, più di ogni altra, sta pagando il prezzo dell'”emergenza casa”, ossia quella formata dai giovani con redditi medio-bassi e con lavori atipici che non guadagnano abbastanza per potersi permettere un’abitazione.

Una quota cospicua di tale aggregato sociale, secondo molti studi che sono stati fatti, non chiede, però, solo una casa, un’abitazione purché sia. Chiede soprattutto qualità, architettonica ma anche sociale e ambientale. E, vista la situazione delle nostre città, sono gli amministratori locali di quei piccoli paesi dove è rimasto ancora un barlume di qualità di vita coloro i quali dovranno andare incontro a questa nuova richiesta abitativa.

Qualcuno, in varie zone d’Italia, lo sta già facendo. Esempi virtuosi non mancano nemmeno nel nostro territorio: il terremoto, da questo punto di vista, ha dato urgenza, visibilità e legittimità a una serie di bisogni e di necessità preesistenti.

Oltre al borgo di Pescomaggiore, di cui si è parlato molto anche sui media nazionali, un caso emblematico è il comune di Fagnano Alto.

Situato nella comunità montana sirentina, Fagnano conta poco più di 400 abitanti – per lo più pensionati – “dispersi” in una decina di minuscole frazioni.

Qualche anno fa, l’allora sindaco Mauro Fattore si chiese cosa si potesse fare per “salvare” la comunità locale ed evitare che dal paese andassero via anche quei pochi giovani che vi erano rimasti. Insieme alla sua amministrazione decise di lottizzare un terreno di proprietà comunale, inutilizzato ma edificabile, situato sulla sommità di una collina con doppia vista e doppio panorama sul Gran Sasso e sul Sirente.

Non avendo soldi da spendere, il Comune decise che il nodo di tutta l’operazione doveva essere il costo di partenza dei singoli lotti. Esso fu fissato a una cifra molto conveniente, poche decine di euro a mq. Per evitare speculazioni furono posti, nel bando per selezionare gli interessati, alcuni vincoli: gli acquirenti, anzitutto, dovevano essere residenti; in secondo luogo, una volta terminata la compravendita, i neoproprietari dovevano impegnarsi a iniziare i lavori di costruzione al massimo entro 3 anni e a non rivendere i manufatti per almeno 20 anni.

Altri paletti vennero fissati invece in relazione alla tipologia degli edifici. Questi ultimi avrebbero dovuto rispettare parametri di costruzione e realizzazione ben precisi e non avrebbero potuto superare determinate dimensioni, né in estensione né in altezza.
I costi degli scavi, le opere di urbanizzazione e le spese di fabbricazione sarebbero state totalmente a carico dei proprietari.

All’inizio la risposta della popolazione, e in particolar modo dei residenti più giovani, fu molto tiepida. Dopo un po’, però, le domande iniziarono ad arrivare e i 14 appezzamenti ricavati dalla lottizzazione furono assegnati in poco tempo.

L’iter della procedura è stato lungo e complicato ma ora la contrada Bellavista (questo il nome scelto per il nuovo insediamento) è una realtà, dove vivono alcune giovani coppie sposate e anche una coppia di pensionati: persone nate e vissute in paese, che si conoscono da sempre e che, grazie all’iniziativa del Comune, hanno potuto preservare relazioni sociali e di vicinato.

Le case già abitate sono 3 e altre 6 sono in fase di ultimazione. Ogni villetta è stata realizzata con materiali leggeri e con criteri ispirati al rispetto dell’ambiente, all’ecocompatibilità e al basso consumo energetico.

“Abbiamo scelto di aderire alla lottizzazione del Comune perché siamo molto legati a questi luoghi e non volevamo abbandonarli” ci ha detto Sante, uno dei proprietari. “La spinta determinante è venuta sì da una motivazione economica – i costi più che ridotti dei terreni, senza i quali non avremmo mai potuto iniziare a costruire – ma anche da una ragione extraeconomica: il desiderio di non perdere i legami con le altre famiglie, di mantenere la rete di relazioni
del paese”

(R. C.)

 

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Registrazione Tribunale dell’Aquila n.560 del 24/11/2006 – PI 01717150666

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