L’AQUILA-Volevano riprendersi L’Aquila, cacciare il sindaco dal palazzo civico, mandare a casa Chiodi, Cicchetti, Letta e tutti gli altri che si stanno occupando della ricostruzione. Ma erano soltanto in duecento, una minoranza piccola e un po’ velleitaria, armata di slogan, di cartelli, striscioni e di tutto l’armamentario della contestazione antagonista.

Duecento, ha detto la polizia, ed anche poco convinti. E così è finita in un flop la manifestazione di giovedì pomeriggio, di quelli del “3 & 32, del “riprendiamoci L’Aquila” e del “senza casa e lavoro L’Aquila non rinasce”, due slogan questi ultimi fatti di demagogia e populismo alla rovescia. Meraviglia che a una manifestazione del genere abbiano dato il loro appoggio le istituzioni, in prima fila il Comune, col sindaco Cialente che manifesta contro se stesso, e il commissario Gianni Chiodi che se non fa lo stesso poco ci manca.

E lascia ancora perplessi l’adesione di Confcommercio, Confesercenti e Confindustria L’Aquila che forse hanno confuso la propria funzione istituzionale e rappresentativa con qualcos’altro di decisamente diverso. Insomma una manifestazione contraddittoria in cui è venuto meno l’impatto mediatico e quel che più conta, l’adesione dei cittadini.

E così qualcuno dei manifestanti non ha saputo far altro che prendersela con gli aquilani, che una ragazza ha definito “tutti stronzi” (bel complimento, non c’è che dire) perché non c’erano. Ma gli aquilani avevano, e hanno, ben altro a cui pensare, e se ne sono rimasti a casa quelli che potevano farlo, oppure non hanno ritenuto opportuno prendersi mezza giornata di ferie e assentarsi dal posto di lavoro tutti gli altri.

Tra i dimostranti si è anche esagerato, come ha fatto Eugenio Carlomagno, direttore dell’Accademia di Belle Arti, che non ha perduto i difetti di gioventù e voleva che fosse ammainato il gonfalone del Comune. Insomma un flop a dire poco, la chiara dimostrazione che gli aquilani non si fanno coinvolgere dalla demagogia e che L’Aquila non si ricostruisce con gli slogan, né con quelli dei comitati e del “3&32”, né con quelli dei “no global” del terremoto.

A margine un’osservazione. Per avere scritto ciò che pensiamo dei “movimenti” aquilani e di tutto il resto, ci siamo tirati addosso un sacco di critiche e anche qualche mala parola. Il problema è che è estremamente impopolare andare contro corrente e sono pochi quelli che lo fanno. Disturbare i contestatori, dire che sbagliano, che non fanno altro che alimentare la confusione che purtroppo c’è, che non saranno loro ad accelerare la ricostruzione, non suscita consensi e soprattutto non è politicamente corretto.

Dire che Cialente, Confindustria L’Aquila, Confcommercio e lo stesso vescovo ausiliare D’Ercole non contribuiscono a fare chiarezza facendo da sponda ai “comitati”, non è molto popolare oggi all’Aquila, dove, anche per fortuna del sindaco e di tutti gli altri che gli tengono mano, c’è “una foresta che cresce” silenziosamente fatta da una comunità volenterosa che, pur tra tante contraddizioni, sta provando a ricostruire questa città, ancora senza case, questo è vero, e purtroppo senza lavoro per molti.

 

 

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