L’AQUILA – La vicenda delle scritte e dei graffiti comparsi sui muri e sulle nicchiette della scalinata di S. Bernardino, come ha ben spiegato in un articolo l’antropologo Antonello Ciccozzi, ha assunto caratteri tragicomici. Una vicenda tutto sommato marginale è stata tradotta in chiacchiera pelosa.

L’articolo di Ciccozzi sintetizza benissimo il senso di quanto è accaduto, perciò non vale la pena tornare di nuovo su un fatto che fin troppo spazio ha occupato, in questi giorni, in tv, sulla rete e sulle pagine dei giornali.

Qualche piccola riflessione, però, vorremmo farla ugualmente.

A leggere le reazioni più o meno indignate di cittadini e amministratori locali, anche di diverso colore politico, vien da pensare che i writers siano finiti (anche loro!) nel grande calderone (mediale) di mostri vecchi e nuovi: lavavetri, homeless, nomadi e ovviamente stranieri in senso lato.

Nel dibattito generale c’è chi ragiona solo in termini di legalità e chi, invece, sostiene che i graffiti potrebbero, in teoria, avere un valore estetico, anche se poi si affrettano subito a precisare: “certo, non tutti”. Altri ancora ne sottolineano solo il valore di sintomo sociale (“Dobbiamo sforzarci di capire”), strizzando magari l’occhio a sociologi e psicologi, sottindendendo che il writing esprime l’eterno malessere giovanile.

La ragione principale della stigmatizzazione dei graffiti, comunque, sembra essere il “vandalismo”. Ora, se le nostre città fossero modellate sulle regole auree dei centri urbani del Rinascimento l’accusa avrebbe anche senso. Ma la realtà è ben diversa (e L’Aquila lo è ancor di più).

Basta guardarsi intorno senza pregiudizi in una qualsiasi città italiana o europea per notare quanto sia stato vandalizzato il panorama urbano negli ultimi decenni: insegne pubblicitarie che campeggiano sulle facciate palazzi antichi, scritte al neon poste alla sommità di edifici storici, progetti case.

L’offensiva contro i graffiti ha tutta l’aria di essere una crociata moralista e quindi sostanzialmente ipocrita. La nozione di vandalismo applicata all’arte di strada è relativa, una definizione sociale frutto di rapporti di potere e non di una questione intimamente morale né tanto meno estetica.

Non basteranno certo le reprimende indignate di noi adulti a convincere altri ragazzi, altri writers, a non imbrattare di nuovo quelle nicchie e quei muri (infatti è già avvenuto). L’arte di strada non può prescindere dalla sua natura illegale e quindi clandestina. In una città come la nostra, dove ancora esiste una zona rossa fitta di innumerevoli divieti di passaggio, ingresso, movimento, i writer come il minorenne che ha lasciato la sua firma, la sua “tag”, sulle pareti e le edicole della scalinata di S. Bernardino, oppongono una resistenza e affermano al tempo stesso un’identità. E ci costringono ad interrogarci.

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Registrazione Tribunale dell’Aquila n.560 del 24/11/2006 – PI 01717150666

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