L’AQUILA – Con l’intervento del Presidente del Consiglio Studentesco all’inaugurazione dell’Anno accademico, la rappresentante dell’Udu Chiara Carulli, abbiamo voluto esplicitare una vera e propria piattaforma sul destino dell’Università italiana e aquilana, facendo chiare ed esplicite richieste alla Regione e al Comune per trasformare davvero l’Università dell’Aquila in una Università Residenziale e ridisegnare una nuova Città Universitaria.

Queste proposte sono per noi il cuore della piattaforma studentesca anche in vista delle
elezioni comunali e per questo inviamo l’intervento della Presidente del Consiglio Studentesco Chiara Carulli, oltre che al Ministro e alla Regione, a tutti e 9 i candidati alla carica di Sindaco dell’Aquila, affinché ne facciano tesoro in questi mesi e, per chi vincerà le elezioni, nei prossimi anni da Sindaco dell’Aquila.

Sono proposte chiare, la trasformazione dell’Università in Università Residenziale e il richiamo a rendere la città una città vivibile dagli studenti universitari.

 

Discorso del Presidente del Consiglio Studentesco Chiara Carulli


Studenti, dottorandi, specializzandi, precari, personale tecnico-amministrativo, personale docente dell’Università dell’Aquila.
Illustre Prefetto del Governo, Magnifico Rettore, Presidente della Regione Abruzzo, Presidente della Provincia, Sindaco dell’Aquila, Dott.Livon, anche se avremo preferito fosse stato presente il Ministro Profumo, Autorità tutte.

Quest’anno accademico cade nel mezzo di grandi transizioni, politico-istituzionali, accademiche, cittadine.
In questa fase di molteplici cambiamenti è indispensabile avere la capacità di fotografare e misurare il quadro reale, per ridisegnare e programmare gli interventi futuri.
Innanzitutto il quadro politico-istituzionale.
Avremmo voluto cominciare in maniera diversa, ma non possiamo ignorare le dichiarazioni che si sono susseguite nei primi mesi del nuovo governo.

– Martone: “Dobbiamo dire ai nostri giovani che se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato”.
– Cancellieri: ” Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà”.
– Fornero: “L’Italia è un Paese ricco di contraddizioni, che ha il sole per 9 mesi l’anno e con un reddito base la gente si adagerebbe, si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”.
– Monti: “I giovani si abituino a non avere più il posto fisso. Che monotonia. E’ bello cambiare e accettare le sfide”.
Ma è questa la verità della nostra generazione ?
In Italia la media dei laureati nella fascia tra i 30 e i 34 anni di età è di 14 punti percentuali inferiore alla media UE ;
la tassazione universitaria italiana è la terza più alta d’Europa e ben 33 Atenei sforano i limiti di legge imposti sulle tasse ;
il sistema del diritto allo studio è il più povero della zona euro: pochissimi alloggi pubblici, fondo statale azzerato con fortissima sperequazione territoriale, entità e numero di borse bassissimo
e anche in questa miseria ben 30.000 studenti ogni anno, pur se idonei per basso reddito e raggiungimento dei criteri di merito, non ricevono la borsa per mancanza di fondi ;
ad ogni indagine sugli studenti universitari emerge che circa il 30% si paga gli studi lavorando e di questi la gran parte lo fa in nero ;
usciti dall’Università si ha di fronte solo precarietà, a lungo termine, con bassi salari e senza diritti; in nessun luogo d’Europa i nuovi assunti sono così massicciamente e lungamente precari ; con questi dati e queste premesse è tragicamente normale, anche nella sua evidente drammaticità, sapere che il numero degli immatricolati nelle Università italiane nel 2011-2012 ha coinvolto meno del 60% dei diplomati dell’anno scolastico precedente.
Questo è il dato più basso degli ultimi 30 anni, questo è il vero declino dell’Italia.

Ricapitolando: sfigati, mammoni, adagiati e noiosamente amanti del posto fisso ?
NON CI SIAMO AFFATTO,
Riavvolgete il nastro dei luoghi comuni e guardate in faccia la nostra drammatica realtà, fatta di condizioni sociali devastanti, precarietà strutturale, diritto allo studio quasi inesistente e accesso all’università sempre più classista.
Questa è l’Italia vera per la nostra generazione, ed è questa la vera emergenza.
Di fronte a questa fotografia, che racconta l’Italia come un paese con un numero troppo basso di laureati per essere competitivo, la ricetta proposta dal Governo è l’abolizione del valore legale del titolo di studio.
A noi pare un non-senso. Anzi, per essere più chiari, ci pare una ricetta che rischia di accrescere il classismo interno al sistema universitario e quindi nella società italiana.
Anche in riferimento ai nostri compiti formativi e all’impegno con cui affrontiamo i nostri studi, noi riteniamo inattacabile il valore legale della laurea.
La volontà di accrescere la valutazione delle competenze nei concorsi pubblici nulla ha a che vedere con l’abolizione del valore legale del titolo di studio.
L’abolizione del valore legale finirebbe, al contrario, per spaccare definitivamente il sistema universitario, in un nucleo d’èlite, si badi bene, non d’eccellenza, ma banalmente d’èlite, ed in una grande parte risucchiata in un vero e proprio mercato di pezzi di carta.
Se si vuole rafforzare la qualità della formazione ed evitare il decadimento al “mercato dei pezzi di carta”, è indispensabile invece mettere mano all’accesso alle professioni, alla devastante precarietà del lavoro, riaprire il reclutamento nella pubblica amministrazione, a partire dalla scuola e dall’università; per usare una parola “economica”, è necessario rompere il dumping di cui si è riempito il sistema. E’ il blocco nell’accesso al lavoro e al lavoro stabile che scatena la collezione di titoli, e questa collezione non è la vecchia auspicata “formazione permanente”, ma è la guerra tra poveri per curricula e punteggi.
Il caso dell’insegnamento è il più evidente, dove il taglio degli organici ha scatenato la corsa ai titoli per i punteggi; la guerra tra precari storici e abilitati/abilitandi o quella nuova tra studenti abilitandi al sostegno e insegnanti in esubero sulle proprie classi e “spostati” sul sostegno.
Altro che qualità ed eccellenza, a governare queste scelte c’è sempre l’idea che viene prima il bilancio e poi l’istruzione.
Dopo anni di attese e pesanti incertezze, il MIUR ha comunicato che a breve partiranno le selezioni per i Tirocini Formativi Attivi per il conseguimento dell’abilitazione all’insegnamento nella scuola secondaria.
I posti, 20.067 tra scuola secondaria di primo e secondo grado e calcolati in base al fabbisogno delle scuole, di certo non sono soddisfacenti considerata la mole di studenti e laureati che dall’anno di spegnimento della SSIS attende di poter conseguire l’abilitazione.
E’ indispensabile riaprire le porte delle scuole e dell’insegnamento, sia per la scuola secondaria che per la primaria.
Sugli abilitandi in Scienze della Formazione Primaria vogliamo fare chiarezza.
Ormai il nuovo corso quinquennale è partito, eppure si continua a trascinare l’anomalia normativa che porta gli studenti iscritti al corso quadriennale a dover riaprire ogni anno la lotta per veder riconosciuto un principio banale e basilare, ovvero che a parità di titolo non può che corrispondere parità di trattamento sul fronte del reclutamento.
Chiudete questa fonte di ingiustizie, basta un semplice atto correttivo circa le GaE, che permetta l’accesso a queste a tutti gli abilitati e abilitandi al corso di laurea quadriennale ormai in via di spegnimento.
E sul nuovo corso quinquennale, qui dall’Aquila è partito il ricorso contro il vergognoso decreto estivo che ha fissato per il test d’ingresso di Scienze della Formazione Primaria la soglia di 60 risposte esatte su 80 domande per l’accesso.
Gli studenti dell’Aquila hanno fatto ricorso, ed il TAR del Lazio ha dato loro ragione. Quella soglia trasforma il numero programmato nel vecchio incostituzionale numero chiuso.
Ora il decreto sulla soglia è sospeso, chiediamo all’Università dell’Aquila di procedere allo scorrimento e alla copertura di tutti i posti e al Ministero di non insistere con queste norme restrittive, che nascondono solo la volontà di insistere con i tagli sulla scuola pubblica.
Basso numero di laureati e di studenti e numeri chiusi con test d’ingresso ora sbagliati, ora ridicoli. Non è forse il momento di superare questo approccio escludente all’Università, e di riattivare forme massicce di orientamento all’Università e di investimento in strutture, borse di studio e servizi ?
Noi chiediamo discontinuità con i lunghi anni di disinvestimento, ma ci spiace dirlo, sui finanziamenti, sulle tasse e ancor più sul diritto allo studio, noi constatiamo ancora una forte continuità con l’era Tremonti-Gelmini.
Per carità, vogliamo dare il tempo al Governo di individuare le risorse, ma se non si ferma il decreto sul diritto allo studio, le risorse saranno solo vuote promesse per prendere tempo.
Noi riteniamo quel decreto irricevibile, perché interviene innalzando i criteri per l’idoneità alla borsa, cioè per diminuire il numero degli idonei, mentre il quadro europeo e il drammatico quadro sociale italiano dovrebbero chiarire a tutti che bisognerebbe muoversi in senso opposto.

Sui Livelli essenziali delle Prestazioni serve una legge, non un decreto;
sono passati 10 anni dalla riforma costituzionale del Titolo V e siamo ancora fermi al DPCM del 2001. Il diritto allo studio versa in uno stato di degrado, cui si è calato l’azzeramento del fondo integrativo, solo parzialmente e minimamente reintegrato nell’ultimo intervento finanziario e ora questa proposta di decreto sul diritto allo studio, è addirittura ulteriormente restrittiva.
Anche qui, senza troppi giri di parole, vogliamo chiarire che agli studenti non interessa un sistema di prestiti-debiti. Il modello anglosassone, fatto di prestiti, tasse altissime e debiti sulla testa degli studenti, ha generato tensioni durissime in Gran Bretagna e un tasso di indebitamento privato dei giovani indecente.
In questi anni si è spesso detto che a fronte del debito pubblico alto, l’Italia poteva contare su un basso debito privato come fattore di stabilità dell’economia.
Ecco, non vorremmo che per la nostra generazione la ricetta sia quella di spostare l’indebitamento che abbiamo ereditato, dallo Stato alle nostre teste, privandoci del diritto allo studio garantito dall’Art.34 della Costituzione e consegnando mani e piedi gli studenti al sistema bancario.
L’ondata di indignazione e protesta arrivata dalla nostra generazione negli anni passati non si è spenta, e se a pagare la crisi del modello economico imperante continueranno ad essere gli studenti e le generazioni precarie, le strade e le piazze delle città torneranno a riempirsi velocemente.
Investire risorse pubbliche sull’Università, sulla formazione, sul diritto allo studio e per l’abbattimento delle tasse, per aumentare il numero degli studenti, dei laureati, la mobilità degli stessi e la mobilità sociale. Questa è la nostra ricetta, investire su di noi, non tagliare.
Per questo abbiamo contestato dall’inizio la Legge Gelmini, con la sua impostazione centralista nella fisionomia e aziendalistica nel governo dell’ateneo. Abbiamo manifestato ed esposto, anche duramente le nostre istanze a garanzia della rappresentanza studentesca, del diritto allo studio, di una idea di università autonoma, pubblica e democratica.
Abbiamo partecipato attivamente e da protagonisti al percorso di riforma dello statuto, per garantire al nostro ateneo spazi democratici, in un’architettura della nuova governance così fortemente accentrata su Rettore e Consiglio di Amministrazione.
Siamo riusciti ad ottenere risultati in questo senso. La presenza nello statuto di organi come i consigli di area didattica, consessi in cui la rappresentanza degli studenti è stata valorizzata, permetterà di avere una discussione democratica in merito ai temi che riguardano gli studenti più da vicino, quelli della didattica e della sua organizzazione. Il nostro ateneo, tra i primi in Italia, si è dotato della Carta dei diritti degli studenti, inserita con valore regolamentare nello Statuto approvato nel 2005 e approvata nel suo testo nel 2008 dopo un lunghissimo dibattito in Ateneo. La Carta e il suo valore statutario è stata confermata nel nuovo Statuto. Un passo deciso e fondamentale in merito alla difesa dei diritti degli studenti universitari. Il percorso della carta nasce come rivendicazione di migliaia e migliaia di studenti ormai dieci anni fa, una strada all’inizio ad ostacoli, con enormi resistenze in Ateneo. Le resistenze sono state poi superate passo passo, grazie alla tenacia e al lungo dialogo costruttivo che gli studenti hanno tenuto in piedi anche nei momenti più difficili e grazie al convinto sostegno al progetto della Carta che ha certamente caratterizzato i mandati del Rettore uscente F. di Orio.
Passo dopo passo le resistenze sono state superate ed il testo via via condiviso.
Tra poco si aprirà la fase programmatico-elettorale per il nuovo mandato di Rettore. Ci auspichiamo che la Carta sia ormai un patrimonio condiviso e che nessuno voglia tornare a metterla in discussione. Noi non saremmo né distratti, né indifferenti.
In un contesto in cui i dipartimenti avranno anche un ruolo didattico, “assorbendo” le attuali facoltà, ritenevamo indispensabile partecipare ed offrire il nostro contributo alla discussione anche sul riassetto delle strutture di afferenza.
Sui questi temi avremmo voluto ragionare sulle peculiarità che distinguono il nostro ateneo, sui temi della ricerca che si intrecciano con i delicati temi della ricostruzione materiale e sociale dell’Aquila, confrontarci sui filoni di ricerca e sulle prospettive possibili, così come sui percorsi formativi che meglio esprimessero le risorse presenti.
Purtroppo sulla riorganizzazione dipartimentale non possiamo non registrare una sostanziale autoreferenzialità del corpo docente, che non ha saputo intrecciare il riassetto delle strutture di afferenza dei docenti con i piani e i progetti di sviluppo dell’Ateneo. Abbiamo avuto anche forti momenti di tensione sullo Statuto, inutile negarselo. Ci sono state due ferite che consideriamo gravi, che non possiamo sottacere.
La prima riguarda direttamente il peso della componente studentesca nelle elezioni del Rettore. Senza che mai il tema fosse stato posto nel dibattito in commissione statuto, in sede di Senato Accademico è stato presentato un emendamento al testo, che ha “pesato” a metà il voto dei rappresentanti degli studenti nel voto rettorale. Un fatto grave nel merito e scorretto nel metodo, perché non si è mai discusso il tema nei luoghi deputati, dove si sarebbe potuta trovare una forma condivisa, attendendo invece “a freddo” il Senato Accademico finale, dove come è noto, il peso degli studenti è fortemente minoritario.
Infine, una questione che riguarda la qualità democratica della “governance” dell’Ateneo, ovvero le modalità di individuazione dei 5 Consiglieri di Amministrazione cosidetti “interni”. Noi, al pari dei tecnici amministrativi e dei ricercatori e di alcune componenti dei docenti, siamo stati da sempre convinti sostenitori del modello “elettivo”. La maggioranza del Senato Accademico era per questa metodologia. Approfittando della visione rigida di dirigenti ministeriali, una minoranza di blocco dell’Ateneo ha impedito il sistema elettivo.
Il Cda sarà per la sua metà nominato su proposta del Rettore e con il consenso del Senato Accademico. Si poteva essere più coraggiosi e, pure in un sistema di forte verifica preventiva delle competenze, lasciare alla comunità accademica l’espressione democratica di questo potere.
E’ questo spunto, l’occasione per noi per un forte richiamo al valore dell’Autonomia universitaria. Ci saremmo rivolti innanzitutto al Ministro.
La legge Gelmini porta forte con sè il timbro di un dirigismo che svuota di valore l’autonomia degli atenei. Il Ministro, appena insediato, in sede CRUI e pubblicamente aveva garantito un intervento per un recupero degli spazi dell’Autonomia; in sede CNSU affermava invece l’esatto contrario, prospettando addirittura uno statuto-tipo per tutti gli Atenei.
La risposta, l’Università dell’Aquila e con essa tutti gli Atenei, l’hanno avuta ricevendo una grigia e burocrate nota ministeriale, con le quali si sono “osservate” anche le più banali scelte interne degli Atenei, non solo quelle dirimenti.
Ci auspicavamo in realtà, che il Ministro avesse esagerato con gli studenti in sede CNSU. Purtroppo abbiamo scoperto che lì ci diceva il vero. Lo diciamo forte e chiaro, noi rimaniamo fermi sull’idea di un’ Università pubblica perchè finanziata dalla collettività, democratica perchè di tutti e per tutti, e autonoma perchè governata dall’intelligenza dei suoi docenti e ricercatori, dei suoi studenti e del suo personale.
Ma ci rivolgiamo anche all’intera comunità accademica: gli spazi dell’Autonomia vanno percorsi tutti, fino in fondo, senza cadere noi per primi nella rievocazione dell’Università governata con le circolari e con le note ministeriali.
E’ indispensabile dare una sterzata al ministero, tale da rimettere al centro il binomio autonomia e responsabilità.
L’Ateneo ha ora di fronte dei mesi delicatissimi, che vedranno l’elezione delle rappresentanze e delle cariche accademiche, e l’insediamento dei nuovi organi universitari. Un momento importante, che coinvolgerà tutta la comunità universitaria, docenti, personale tecnico amministrativo, studenti.
Ci permettiamo di chiedere a tutti i protagonisti in questa fase di far prevalere l’interesse per l’università aquilana, di far vivere confronti dialettici e partecipati, in cui sappiano convivere il senso di un destino comune con i diversi profili programmatici.
Noi, dal canto nostro, non possiamo che ricordare alcuni fattori che hanno caratterizzato questi anni. Il numero degli studenti universitari in Italia è sceso dopo il picco del 2003. L’Università dell’Aquila invece ha aumentato costantemente i suoi iscritti sino al 2009.
E dopo il sisma è ripartita da un numero incredibilmente alto di studenti, per tornare di nuovo a crescere quest’anno, nonostante la disattivazione di alcuni corsi di laurea.
Dati fortemente in controtendenza rispetto al resto d’Italia.
A noi i dati illustrati dal Rettore sembrano dati straordinari, innanzitutto per le motivazioni che abbiamo detto all’inizio. Il basso numero di laureati in Italia, il basso numero di studenti, la bassa qualificazione formativa italiana rispetto alla media europea. Non c’è dubbio che sul dato aquilano ha inciso l’azzeramento della tassazione universitaria, resa possibile grazie al meritorio accordo di programma.
Ci permettiamo di dire che la possibilità di studiare per chi altrimenti non potrebbe, per noi è un valore straordinario. A volte sentiamo dire che le iscrizioni “per tasse azzerate” sarebbero in “conflitto” con l’idea di una formazione di qualità. Si sottointende forse che la formazione non è di qualità? Prima del sisma per cosa si iscrivevano allora gli studenti ? E cosa c’entra la qualità della formazione con le tasse di iscrizione ? La cifra in ingresso in Ateneo, pagata da noi studenti o sostituita dall’accordo è sempre del 20% dell’FFO.
O qualcuno forse vuole sottointendere che uno studente povero è meno intelligente, meno brillante o meno promettente di uno studente che può permettersi studi bocconiani ? Scusate, ma questo è classismo e pregiudizio sociale. E va rigettato anche il solo sottointeso.
Noi difendiamo strenuamente il valore di un’Università accessibile a tutti.
Non c’è dubbio inoltre che sui dati dell’Università dell’Aquila abbia inciso l’eliminazione progressiva in questo Ateneo del numero programmato locale, mentre in tutta Italia è cresciuto in maniera spropositata e quasi sempre illeggittima. Anche questo, per noi, è un dato di grandissimo valore.
L’Università in Italia aumenta i numeri programmati, aumenta le tasse e perde studenti e competitività complessiva.
L’Università all’Aquila ha eliminato il numero programmato locale, ha avuto tassazione invariata prima del sisma ed esonerata dopo il sisma e, in un contesto quasi impossibile, è stata, ed è tornata ad essere, decisamente in controtendenza.
Se ne tenga conto al ministero, quando si ragiona sul sistema universitario italiano. La vitalità di questa Università ha dell’incredibile.
In un momento drammatico ha subito le spinte centrifughe, correndo il rischio di vedersi smembrata tra Avezzano, Celano, Carsoli, Pescara, Lanciano.
Avvoltoi l’hanno sorvolata, grandi e piccoli affaristi hanno “presa per il collo”, sia l’istituzione, che gli studenti in cerca di casa.
Ci siamo fatti una promessa e abbiamo preso un impegno, quello di rimanere all’Aquila, l’Università, e gli studenti; per riprendere la missione dell’Ateneo di didattica e ricerca qui all’Aquila, e, nel fare questo, contestualmente far rivivere, rinascere e ricostruire la città.
Noi studenti in migliaia e migliaia abbiamo ripreso a vivere qui, altrettanti continuano a viaggiare quotidianamente.
Il Ministro Profumo nei giorni scorsi in visita all’Aquila ha detto che “le scuole, le università e i centri di ricerca sono la vita della città”. Bene, siamo d’accordo.
L’accordo di programma in questo senso è una garanzia molto importante per il funzionamento dell’ateneo e per il suo futuro. E’ una garanzia necessaria, ma non sufficiente. Lo abbiamo detto nei drammatici mesi del post-sisma e continuiamo a ripeterlo: bisogna investire e rilanciare i nostri percorsi formativi per garantire non solo l’esistenza dell’Università dell’Aquila, ma un suo progressivo e ulteriore sviluppo. Così come bisogna investire sui percorsi di accesso alla ricerca, sulle sue potenzialità, sull’apporto alla ricostruzione sociale ed educativa, sulla qualità dei sistemi sanitari e di cura, sul trasferimento tecnologico, sulla capacità dell’Ateneo di essere teoricamente e tecnicamente al centro della ricostruzione cittadina.
Fulcro di una idea di città che sappia coniugare identità e innovazione.
Storia, arte, cultura e contestualmente edilizia sostenibile e sicura, tecnologie avanzate e accessibili, qualità urbana.
Dentro l’Ateneo ci sono tutte queste competenze, ma per svolgere questo ruolo non basta l’accordo di programma, non basta questo FFO.
Serve un progetto straordinario di sviluppo e crescita dell’Università dell’Aquila, come parte del rilancio del territorio.
E serve un progetto per rendere questa città vivibile, altrimenti per gli studenti è ogni giorno un’impresa, serve una città con servizi diffusi. Come fortemente richiesto dalla componente studentesca, quest’anno si è ricostituito il Consiglio di Amministrazione dell’ADSU locale. A seguito dell’approvazione di bilancio e seppur in ritardo è stata assicurata la copertura totale delle borse di studio per l’anno accademico 2010-2011 e non possiamo che chiedere che lo stesso dato venga raggiunto anche per il corrrente anno. Considerata la difficile realtà abitativa aquilana, chiediamo un deciso investimento sui posti letto gestiti pubblicamente, con la trasformazione progressiva della Caserma Campomizzi in Campus Universitario. Nelle scorse settimane invece si è addirittura ventilata la chiusura della Residenza Campomizzi. Noi, lo diciamo alla Regione con decisa fermezza, abbiamo voluto con tenacia la trasformazione di parte della Campomizzi in residenza universitaria, non permetteremo passi indietro su questo, ma solo passi in avanti.
Altro che chiusura, le palazzine in disuso della ex Pasquali-Campomizzi sono ancora moltissime, possono e devono progressivamente essere trasformate in residenze universitarie, per creare uno dei campus universitari più grandi d’Italia dentro la città.
Il Campus campomizzi, può essere uno straordinario fattore di sviluppo e ricostruzione per una vasta area della città. Anche in questo campo si possono coniugare le risposte ai bisogni degli studenti con il bene diffuso per la città e i suoi residenti. Ci sono inoltre, a seguito della ristrutturazione, altre centinaia di posti letto disponibili proprio qui, nel Campus Reiss Romoli, e, a mano a mano che i cittadini potranno finalmente tornare nelle proprie case ricostruite, ci saranno altre centinaia, forse migliaia di appartamenti teoricamente destinati agli studenti universitari, così come ci sono i 16 Milioni di euro destinati alla costruzione di una nuova Residenza Universitaria.

Insomma, da un lato c’è un potenziale per avere un’importante offerta pubblica di posti letto, così indispensabili per abbassare il fenomeno del pendolarismo, per ripopolare la città calmierando allo stesso tempo il mercato degli affitti; dall’altro però si è di fatto fermi ancora a soli 240 posti letto e addirittura si mette in discussione anche la gestione di questi pochi.
Autorità tutte, senza troppi giri di parole, l’Adsu così come è organizzata e finanziata non può farcela ad un’impresa così grande come quella che noi tracciamo da ormai 3 anni.
Lo abbiamo detto e lo ripetiamo anche quest’anno, L’Aquila e la sua Università hanno bisogno di un vero e proprio Centro Residenziale sul modello dell’Università della Calabria.
Anche lì c’è un doppio regime, uno per gli Enti per il diritto allo studio di Catanzaro e Reggio Calabria, ed uno per il sistema del diritto allo studio nell’Università residenziale di Cosenza.
Si può fare anche in Abruzzo, dopo il sisma L’Aquila ha necessità di trasformare il suo Ateneo in Università residenziale e seguire un percorso normativo e di finanziamenti a questo finalizzato.
Lo ripetiamo inascoltati da anni, crediamo che le evidenze della Campomizzi, della Reiss Romoli, dei piani C.A.S.E. aiutino a comprendere che la nostra proposta non è né campata in aria, né impossibile. Vi chiediamo di prenderne finalmente nota.
Così come chiediamo alla Regione, per il terzo anno consecutivo, di dare finalmente avvio ai lavori di ristrutturazione del polifunzionale di Coppito, con la sua mensa e le sue sale studio.
Non vorremmo apparire desolanti, ma la struttura ripetutamente annunciata di Pile è ancora non in funzione. La struttura donata dal Canada è funzionante solo a metà, le mense a Coppito e Pile sono ancora nei container Algeco.
A 1079 giorni dal sisma è inconcepibile, incomprensibile, inaccettabile.
La Regione Abruzzo non può guardare da un’altra parte, nè affrontare il diritto allo studio di emergenza in emergenza. Serve un colpo di reni.
Sappiamo bene che la Regione è stata fondamentale per garantire il trasporto extraurbano dedicato, noi ne abbiamo chiesto la conferma nel 2011/2012 e la conferma c’è stata. Ci teniamo subito a dire che in queste condizioni di residenzialità sarà indispensabile garantire ancora questo servizio nei prossimi 2 anni accademici. Ma rimane comunque un preciso dovere, quello di programmare, progettare e attivare i servizi per una buona residenzialità degli studenti, oltre a garantire il trasporto extra-urbano.
Continuiamo a voler essere di nuovo al “centro” dell’Aquila, a ripopolarla, di giovedì ma non solo il giovedì, di notte, ma non solo di notte.
Per questo chiediamo che la prossima amministrazione comunale dell’Aquila non tralasci questi aspetti, da noi rimarcati più volte.
Gli studenti non hanno mai negato il dialogo: ben vengano occasioni di confronto costruttive e partecipate per la nostra città universitaria.
Noi ci siamo, ci siamo stati e ci saremo. Ma chiediamo agli attori politici e istituzionali della città di non usarci come “scusa”, come “alibi” per continuare a diffondere consumo di territorio in una città che non avrebbe bisogno di un solo metro cubo di cemento in più, ma solo di ricostruzione, ristrutturazione e riuso.
Chiamateci per progettare insieme, non chiamateci solo per firmare progetti già scritti. Non siamo strumenti, siamo protagonisti.
L’esempio è il bus notturno. L’abbiamo pensato e proposto alle istituzioni, si è riusciti a far avviare la sperimentazione del giovedì notte, il risultato è un successo straordinario. Ora serve però potenziare e diffondere il servizio su più aree della città. Per questo è necessario un progetto a 360° che includa e potenzi trasporti notturni e diurni; che renda sicura e percorribile la viabilità pedonale di una città che ha esteso le sue funzioni in periferia, una città che ha sviluppato luoghi di aggregazione in centro, tra palazzi puntellati e lungo le arterie principali e trafficate della città. Una città che deve necessariamente provvedere alla sicurezza e all’incolumità dei cittadini e dei suoi studenti. Chiediamo alle autorità locali di fare una visita di giorno, negli orari di ingresso e di uscita dalle Facoltà, alle fermate dell’autobus al Polo di Coppito e del Nucleo industriale di Pile. Le condizioni di sicurezza stradale e dei pendolari sono minimali.
Chiediamo alle autorità locali di fare una visita di notte, in Centro, lungo Via della Croce Rossa, lungo via Corrado IV e lungo le statali disseminate di locali.
Cerchiamo insieme di trovare modalità che garantiscano l’esistenza di luoghi e tempi dell’aggregazione, senza ricorrere alle periodiche, burocratiche e inutili ordinanze restrittive sugli orari di apertura, ma attivando pratiche e servizi in grado di far convivere divertimento e sicurezza.
Per quello che ci riguarda questo sforzo lo dobbiamo ad Hamzez e Maria Carmela, i nostri colleghi investiti mentre tornavano a piedi verso la residenza universitaria, compagni di studio cui mandiamo il nostro abbraccio e il nostro caloroso saluto. Grazie.

 

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