mercoledì, 20 settembre 2017 05:54:35

LA “FABBRICA” DELLA CATTEDRALE AQUILANA

giovedì, 06 luglio 2017

Comunemente tendiamo a non apprezzare, o a non apprezzare a pieno, il valore della nostra Cattedrale, quantomeno dal punto di vista artistico e architettonico. Forse perché ci fermiamo a uno sguardo troppo superficiale o forse perché tendiamo, anche inconsapevolmente, a giudicarla magari in comparazione con le due bellissime basiliche di San Bernardino da Siena e di Santa Maria di Collemaggio o con altre bellissime chiese del nostro territorio, e non solo. Ogni chiesa, però, come ogni città, ha una storia a sé che la rende unica e incomparabile, a prescindere dal fatto che possa piacere di più o di meno in base ai propri gusti personali. E probabilmente è proprio questo sguardo “a prima vista” che non ci permette di comprendere a pieno il valore di questo edificio, ricco di storia, dalle vicende dinamiche e talora tormentate. A volte sembra quasi che la Cattedrale venga percepita come una semplice quinta scenica che chiude “Pie’ di Piazza”. Proviamo invece a superare la quinta scenica e ad entrare nel profondo di questo edificio con qualche spunto che ci accompagni in una veloce passeggiata.
Tra le tante e belle chiese della nostra città di L’Aquila, la Cattedrale dei Santi Massimo e Giorgio è stata probabilmente il cantiere più lungo, anzi, potremmo considerarla una vera e propria “Fabbrica”, un edificio che impegna in una continua opera di costruzione, restauro e manutenzione; sicuramente per la sua importanza ma anche a causa della sua storica vulnerabilità ai terremoti, forse maggiore di altre chiese cittadine. Sappiamo infatti dalle cronache che la Cattedrale ha sempre subito gravi danni sismici, in particolare sul lato dell’Arcivescovado, lo stesso che è crollato a causa del sisma del 2009.
Questa “Fabbrica” della Cattedrale ci ha donato oggi un edificio in cui sono compresi almeno sette secoli di storia, dal Duecento al Novecento, e forse anche di più. Certo, questo vale anche per altri edifici sacri - dove più, dove meno - ma in questo più di altri è evidente un continuo processo di trasformazione nel quale ogni fase è in continuità con la precedente. Possiamo quindi immaginare la nostra Cattedrale come un romanzo scritto “a più mani”, dove ogni autore riprende qualcosa del precedente, magari apportando qualche modifica più o meno importante, ma senza mai cancellare quello che trova già scritto; e di tutte queste mani, di tutti questi brani, noi leggiamo “a prima vista” solo il più recente, quello con l’inchiostro più vivo, giudichiamo tutto il romanzo leggendo soltanto il capitolo più nuovo. E invece, sotto la veste più “moderna” sette-ottocentesca, che può piacere o non piacere ma ha comunque una sua dignità storico-artistica, si conservano stratificate tutte le altre - andando a ritroso - fino alle origini.
E così, ecco che rimuovendo le macerie della parte crollata nel 2009 gli archeologi e gli storici dell’arte riscoprono tracce importanti del passato di questa chiesa, a volte inaspettate: frammenti di statue in terracotta datate al periodo rinascimentale, porzioni di colonne e pilastri di epoca medievale, cornici lavorate, mattonelle in pietra bianca e rossa del pavimento più antico, lastre di marmo attribuibili ad un pulpitum e molti altri materiali anche più antichi del 1257, anno della traslazione della sede della Diocesi da Forcona ad Aquila. Gli stessi scavi hanno rivelato la presenza di un ambiente sotterraneo (ipogeo) sotto la navata centrale, nel quale sono stati rinvenuti resti ossei ed elementi di corredo. I tanti dettagli di questi ritrovamenti sono stati pubblicati nei quaderni “Le macerie rivelano” curati dal gruppo di lavoro che ha eseguito gli scavi; l’aspettativa di molti è che ora questi reperti possano essere esposti al pubblico in una sede definitiva fruibile da cittadini e turisti, magari – perché no? – proprio in un Museo annesso alla Cattedrale oppure in qualche chiesa della città non più officiata.
Tra le tante testimonianze rivelate dallo scavo delle macerie, ci sono anche i frammenti di una formella che, secondo comparazioni, potrebbe appartenere alla serie delle formelle dell’antico Fonte Battesimale della Cattedrale. L’opera fu commissionata dal vescovo Amico Agnifili allo scultore milanese Giovanni de’ Rettorii, nella seconda metà del Quattrocento, e andò poi smembrata nelle sue parti in una fase successiva al terremoto del 1703. Questo Giovanni de’ Rettorii dovrebbe essere lo stesso che ritroviamo in un altro luogo della città di L’Aquila: il MAGISTER IOHAN[N]ES DIROTTORIUS DE MED[IOLANO] che si firma come autore sulla lastra sepolcrale di Francesco da Lucoli (1492) nella basilica di San Bernardino da Siena.
Torniamo in Piazza. Camminando lungo via Rojo, la nostra Cattedrale ci racconta un altro episodio della sua storia secolare mostrandoci il fianco trecentesco, rimasto in piedi a seguito dei diversi terremoti del passato conservando anche le finestre originali oggi murate; non un semplice muro ma un’idea di come potesse apparire il Duomo in quel periodo, almeno all’esterno.
La Cattedrale così come la vediamo oggi – invece - è il frutto di una serie di interventi, realizzati in fasi diverse, a più riprese, tra il Settecento e il Novecento. Il modello adottato per la ricostruzione settecentesca di San Massimo e San Giorgio dovette essere ispirato ad alcuni celebri edifici sacri del Cinque-Seicento romano, in particolare le chiese di Sant’Ignazio e del Gesù a Roma, ma sviluppando una sua originalità.
Tra i tanti dettagli di questa Cattedrale “moderna”, merita un cenno particolare la finta cupola dipinta da Venanzio Mascitelli, che si trovava sulla volta del transetto crollato nel 2009 ed era pensata per essere osservata da un punto ben preciso della navata, un punto dal quale dava l’illusione della vera cupola, progettata ma non realizzata. E forse è proprio la mancanza di questa cupola che oggi, a molti, dà l’impressione di una facciata un po’ “tozza”: in effetti, in un noto disegno progettuale stampato nel 1887, si vede che la nuova facciata del Duomo era stata pensata insieme a questa cupola che, con il suo sviluppo in altezza, avrebbe dato uno slancio ‘ottico’ verticale anche alla fronte della chiesa. Così come abbiamo visto per l’interno, non dimentichiamo che questa facciata prendeva spunto da - e rielaborava - modelli famosi fra i quali, non l’unico, la fronte della chiesa di Trinità dei Monti a Roma ma senza dimenticare il richiamo a una certa orizzontalità delle facciate aquilane più antiche e, evidentemente, l’architettura classica.
Torniamo all’interno della chiesa, dove una guida della città del 1908-1909 ci racconta un’altra curiosità: in un’illustrazione vediamo che sull’altare della Cattedrale si trova un grande baldacchino neoclassico formato da un colonnato circolare che regge una cupoletta; dall’immagine non è chiaro se si tratti di una scenografia provvisoria o di una struttura stabile come ve ne erano di quel tipo nell’Ottocento e come se ne trovano ancora in alcune chiese (ad esempio nella basilica di San Simpliciano a Milano). In ogni caso, nelle foto degli anni ‘30 del Novecento questo baldacchino non c’è più.
Intanto la chiesa era rimasta chiusa per molti anni a causa dei danni provocati dal terremoto della Marsica del 1915; e proprio in occasione dei lavori di restauro si decise di completare la facciata con la costruzione dei campanili (1928). In effetti, dopo il terremoto del 1703, alla nuova Cattedrale mancava un vero campanile: quello più antico, che vediamo nelle piante prospettiche del Seicento, era una torre alta che si innalzava accanto al transetto, proprio sul lato del palazzo Vescovile; era stato ristrutturato nella seconda metà del Cinquecento su progetto di Geronimo Pico ‘Fonticulano’ che gli aveva conferito l’aspetto che si vede nelle piante seicentesche; questo campanile crollò poi con il terremoto del 1703. Per i successivi due secoli, la Cattedrale ‘moderna’ ebbe soltanto un modesto campanile di fortuna che vediamo in una stampa del 1806 e in diverse foto di inizio Novecento, sul lato destro della facciata.
Sempre la stessa guida della città del 1908-1909 ci ricorda che lungo la cornice che corre sopra i pilastri e i muri portanti, si sviluppa una scritta continua per tutto il perimetro della navata e del presbiterio. Questa scritta è andata in parte distrutta con il crollo del transetto nel 2009 ma fortunatamente la conosciamo per intero perché è integralmente riportata nella guida, e recita così: “LEVITA CHRISTI MAXIME, VESTINAE GENTIS FORTISSIME TVTOR, FIDEI NOSTRAE DECVS ET AVSPEX; PERPETVVM ESTO AQUILANAE CIVITATI PRAESIDIVM. APERI OCULOS TVOS SVPER DOMVM ISTAM, DIE AC NOCTE SVPER LOCVM IN QVO POLLICITVS ES VT INVOCARETVR NOMEN TVVM, ET EXAVDI PRECES POPULI ISRAEL. QVICVMQVE ORAVERIT IN LOCO ISTO EXAVDI DE COELO ET PROPITIARE. ANNO DOMINI MDCCCLXXXIII”. Datata 1883, contiene la dedica del tempio a San Massimo e un appello al Santo affinché vegli sulla chiesa e, intercedendo, esaudisca le invocazioni di chiunque entri a pregare in questo luogo. L’augurio è che la parte mancante di questa significativa invocazione possa essere ripristinata integralmente con la ricostruzione della Cattedrale.
«Presidium Aquilanae Civitati» recita la dedica: «Presidio, difesa della Città aquilana», “Città” intesa non soltanto come luogo fisico ma come comunità di cittadini; a dimostrazione di come sia sempre intercorso un rapporto molto stretto tra la città e la sua Cattedrale, che, come in ogni città, rappresenta anche un edificio “civile”, parte integrante del vivere quotidiano e riflesso degli aspetti sociali ed economici della comunità.
Pensiamo ad esempio che nella nostra Cattedrale è presente l’altare della ‘nazione’ milanese, una comunità numerosa, una delle “nazioni” che vivevano ad Aquila per motivi commerciali, lavorativi in generale: ricordiamo - per esempio - gli Albanesi, gli Alemanni (Tedeschi), gli Ebrei, i Fiorentini, i Francesi, i Veneziani, tutte ricordate nella toponomastica cittadina. L’altare milanese, intitolato a San Carlo Borromeo, risaliva al 1827 nella sua versione più moderna ed è andato purtroppo in gran parte distrutto nel crollo del 2009; la sua collocazione nella Cattedrale e per di più sul lato sud del presbiterio - una zona di riguardo - ci dà un’idea dell’importanza di questa comunità. Di fronte ad esso si innalza l’altare dedicato dalla città a Sant’Emidio che si trova fortunatamente sul lato rimasto in piedi dopo il sisma del 2009. Per i dettagli sull’altare dei Milanesi rimando al mio articolo “L’altare della nazione milanese nella Cattedrale aquilana”.
Pensiamo anche come la Cattedrale, con i rintocchi delle sue campane, abbia sempre scandito i ritmi quotidiani del mercato cittadino e, più in generale, di chiunque frequentasse la Piazza Maggiore, per lavoro o per piacere. Pensiamo poi a funzioni ancora più ‘pratiche’: quante persone, frequentatori della Piazza e del mercato – bambini, adulti o anziani che fossero - nelle giornate estive più calde si ‘rifugiavano’ qualche minuto nella Cattedrale per dire una preghiera ma anche per trovare sollievo tra il fresco delle sue mura?
Per chiudere questa breve passeggiata spazio-temporale nella nostra Cattedrale non dimentichiamo i due Santi a cui è intitolata: non solo San Massimo di Aveja, il più antico dei quattro patroni della nostra città, titolare dell’antica Cattedrale di Forcona (Civita di Bagno), ma anche San Giorgio, probabilmente a ricordare un’altra chiesa il cui titolo fu poi unito alla Cattedrale. Proprio su questa doppia intitolazione c’è un episodio interessante che ci racconta lo storico aquilano frate Alessandro de Ritiis da Collebrincioni: nel 1462 fu realizzato un gonfalone della città - cui ne seguirono altri - che raffigurava Gesù, la Madonna che intercede per la città, la città stessa dipinta subito sotto, i quattro Santi patroni e Giovanni da Capestrano; quando il 25 luglio di quell’anno, dopo una processione, il gonfalone fu portato nel Duomo per la benedizione, il vescovo Amico Agnifili si rifiutò di farlo poiché voleva che vi venisse raffigurato anche San Giorgio, contitolare della Cattedrale. Ognuno di noi, poi, avrà notato che sulla facciata ‘moderna’ del Duomo ci sono due grandi nicchie vuote ai lati del portale: se guardiamo di nuovo il famoso disegno della facciata del 1887 ci accorgiamo che le due nicchie dovrebbero ospitare ciascuna la statua di un Santo; sulla sinistra riconosciamo San Massimo, quello sulla destra dovrebbe essere proprio San Giorgio.
Questo veloce giro ha voluto proporre soltanto una piccola scelta di temi ma tanti altri sono i dettagli che ci parlano della storia e del presente di questa chiesa, tanti gli approfondimenti possibili, tanti gli spunti di ricerca che essa ci offre, tante le curiosità, tante le vicende storiche: dai monumenti funebri del vescovo forconese Albino e del vescovo Amico Agnifili, al pavimento ottocentesco disegnato dall’architetto Carlo Waldis, dalla tela di Teofilo Patini andata distrutta a causa del crollo del 2009, ai dipinti di Annibale Brugnoli sulle volte - due dei quali distrutti dallo stesso crollo, gli altri fortunatamente nella parte rimasta in piedi -, dal grande coro di Ferdinando Mosca ai dettagli della pianta.
Ognuno di questi possibili approcci può accompagnarci a scoprire meglio il valore e il significato di questo monumento così importante per la nostra comunità, ognuno di essi può aiutarci ad apprezzare meglio la nostra Cattedrale.

Mauro Rosati

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